Massimo Zanicchi

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sabato aprile 18, 2009

IL LIBRO
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7 secondi

 

Danielle sgancia gli attacchi liberando gli scarponi dagli sci. Le gambe reclamavano quel gesto. Buttarsi a capofitto giù per la pista Olimpia, ogni volta, le scarica addosso violente scosse di adrenalina costringendola a sforzare fin troppo i muscoli degli arti inferiori.

Il sole si sta adagiando dietro ai monti stendendo una tendina di oscurità sulla vallata. Ormai manca una manciata di secondi alle 15. Danielle potrebbe risalire per rifare un’ultima volta la pista, ma valuta che ne ha abbastanza. Ha passato l’intera giornata a solcare le nevi del Cermis. Tornare in albergo e regalarsi una doccia bollente è una prospettiva più invitante. Si carica gli sci in spalla e si dirige verso la stazione della funivia.

Cavalese si trova sull’altro lato della valle, oltre il fiume Avisio. Il modo più rapido per raggiungerlo è servirsi della funivia dalle cabine gialle che fanno la spola tra il paese e la stazione sciistica. Danielle copre le decine di metri che la separano dall’impianto con calma. Oggi è il suo giorno di riposo e vuole goderselo a fondo. Prendersela con calma, almeno una volta alla settimana, le sembra il minimo.

Mentre si avvicina all’impianto lancia un ultimo sguardo alla pista che le precipita alle spalle con una pendenza incredibile. Ogni volta che la osserva ne rimane colpita. Lei arriva dall’Olanda, il paese dove tutto è piatto, dove una semplice collinetta di un centinaio di metri può assurgere al titolo di montagna. Qui i dislivelli invece sono netti. I picchi si arrampicano dentro il cielo trasformandosi in rocce spigolose. Tutto le pare così incredibile. Il suo sguardo, abituato a viaggiare attraverso panorami piani, serpeggia tra le linee ricurve della Val di Fiemme sospeso tra lo stupore e lo smarrimento.

Il freddo secco e pizzicante le dipinge di rosso le gote, sminuendo la sua acerba maturità di ventenne. Le si darebbero non più di quindici anni. Si tratta, tuttavia, solo di un’impressione fugace perché negli occhi di Danielle brilla una luce particolare. Incrociando il suo sguardo, dietro l’aria sbarazzina si avverte qualcosa di più profondo, una scintilla che ne svela la vera natura. Danielle è una giovane donna che ha salde in mano le redini della vita. Non sarebbe in Italia se così non fosse. Da qualche mese lavora presso un piccolo hotel di Cavalese. Lontana da casa e dagli affetti, sta instradando la propria vita accumulando esperienze. Un bagaglio essenziale per viaggiare a vele spiegate verso il futuro.
Varcata la soglia del capolinea della funivia, Danielle pesca dalla tasca della giacca a vento lo skipass. Perde qualche istante a orientarlo nel verso giusto per passarlo nella timbratrice. La scritta che indica la data, 3 febbraio 1998, le offre un valido supporto nell’operazione. La macchinetta inghiotte per un istante il tesserino risputandolo fuori e facendo scattare il tornello. La ragazza fa ruotare su se stesso il cancelletto con una leggera pressione delle gambe e si ritrova sulla piattaforma da cui i passeggeri accedono alla funivia.

La capsula gialla si sta avvicinando lentamente. Ci vorrà ancora qualche minuto alla partenza. Vedere la cabina in avvicinamento, appesa a un filo su un baratro quasi infinito, le fa pensare alle maestose dighe che proteggono la sua Olanda dall’aggressione del mare del Nord. Prova ammirazione per quegli uomini geniali che, nel corso della storia, hanno offerto ai propri simili gli strumenti per rapportarsi alla natura, per accomodarla ai loro bisogni. Il pensiero è profondo ma fugace, sono sufficienti le chiacchiere dei ragazzi che occupano insieme a lei la banchina a farlo evaporare. Tre ragazzi e due ragazze che Danielle non impiega molto a battezzare come belgi. Perlomeno questa è la conclusione che azzarda captando il loro francese indurito da quella che pensa possa essere un’influenza fiamminga. Il più rumoroso del gruppo, Sebbe è il diminutivo con cui lo chiamano gli altri, sta elencando in maniera colorita il loro programma per la serata.

Danielle torna a perdere lo sguardo nella valle percorrendo la corsa del filo che la riporterà al paese. La pendenza del cavo, dopo una prima discesa ardita, si addolcisce gradualmente facendo galleggiare nel cielo la cabina color limone. Tutto intorno, il velo bianco di neve che ricopre la vallata è colorato dai riflessi rossastri del sole che sta affondando oltre le vette.

La piazzola si riempie ulteriormente. Danielle lo avverte dal miscuglio di lingue che si amalgamano tra loro creando una colonna sonora insolita per il quadro suggestivo che le si staglia innanzi.

La cabina è a pochi metri. A bordo vi è solo il manovratore. Marcello, è così che si chiama. Danielle lo conosce. Ogni tanto sbriga qualche piccolo lavoro di manutenzione presso l’albergo.

L’abitacolo raggiunge la piattaforma cozzando debolmente contro la sponda. Le porte scorrono lungo i binari dischiudendosi. Gli sciatori si riversano all’interno della pancia della cabina. Il pavimento in alluminio zigrinato propaga secchi rintocchi generati dal contatto con la suola di plastica degli scarponi. Le operazioni di carico procedono con un calcolato equilibrio tra caos, premura e ripetitività.

Danielle si ritaglia uno spazio contro il vetro anteriore. Prima di rivolgere lo sguardo nella direzione del percorso, osserva i compagni di viaggio. Oltre ai cinque belgi e al manovratore, conta, al centro della cabina, sette tedeschi di età oscillante tra i venti e i cinquant’anni. Contro il vetro opposto si è sistemata una coppia di ragazzi che ritiene possano essere austriaci. Lui sembra molto più vecchio di lei. A completare la comitiva sono una coppia di donne italiane impegnate in una vivace chiacchierata e un ragazzino con la sua mamma che, senza dubbio, provengono da qualche paese dell’Est.

Il manovratore snocciola una serie di dati nella cornetta del telefono di servizio e la cabina inizia a muoversi verso valle.

Il corpo di Danielle è percorso da un brivido. Non è paura, è il senso di vertigine. Un lieve stordimento che oscilla tra l’eccitazione e il batticuore. Una sensazione che, con il procedere del viaggio, sa che l’abbandonerà lentamente.

La cabina raggiunge il primo pilone che sorregge i cavi dell’impianto e lo supera accelerando bruscamente per poi riassestarsi sulla velocità di crociera.

Lì, sospesa nel nulla, fasciata dal miscuglio di lingue che permea la cabina, per un attimo, Danielle avverte la lontananza da casa. Sente il peso dell’inesperienza tipica dei suoi vent’anni, delle mosse azzardate che le hanno fatto scegliere di mettere fra sé e il suo mondo, il suo guscio, mille chilometri. Si sente indifesa, fragile, insicura e intimorita dal futuro. Ma si tratta di un pensiero fugace.

Nell’attimo successivo ogni preoccupazione viene spazzata via. Il raziocinio cede spazio alla reazione impulsiva. Ogni certezza svanisce.
L’inizio del tracollo viene annunciato da un boato. Danielle non fa in tempo a decifrare quel fragore. Una spiegazione inverosimile le si para innanzi.

Un caccia sta sfrecciando a poche centinaia di metri dalla cabina.
Sta per ringraziare il buon Dio per aver evitato l’impatto, ma poi vede il cavo che regge la cabina imbizzarrirsi verso il cielo.
Il panico invade l’abitacolo e non lo abbandona per tutti i sette secondi che questo impiega a schiantarsi al suolo.

Sette secondi. Sembrano pochi. Ma sono fin troppi quando si è consci che saranno gli ultimi.
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A Cavalese sono le quindici e dodici… ma non per Danielle e i suoi compagni di viaggio.

 
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